Note critiche
"L’antico filosofo medioevale diceva che la filosofia è l’ancella della teologia. Io dico che la salute è l’ancella dell’arte; però potrei anche dire che l’arte è l’ancella della salute: in realtà è vero che l’una guida verso l’altra, senza che necessariamente una venga prima dell’altra. L’arte produce salute e la salute produce arte. Forse arte e salute coincidono. Quale salute? La salute dell’anima, o, se si vuole, della psiche. È vergognosamente empio pensare che l’arte possa essere il prodotto di una mente malata, sconvolta e distrutta. Chi è pazzo non può essere un artista. Almeno nel momento in cui un uomo riesce a comunicare con gli altri attraverso il linguaggio dell’arte egli diventa sano, quale che sia l’etichetta che gli è stata appiccicata addosso. La salute e l’arte di Pino Allamprese vengono di molto lontano: prima gli studi di letteratura all’università, poi l’incontro con la psicoanalisi ed infine l’Accademia delle Belle Arti e la pratica delle “botteghe” dove con l’energia e l’entusiasmo di un artigiano ha imparato a dominare la creta, il bronzo, il marmo e il legno. Le sue opere sono profondamente sane, prive di qualsiasi orpello che sappia di trucco o di artifizio. Se è vero che “è del poeta il fin la meraviglia” tuttavia questa non va confusa con lo stupore degli sciocchi che tanto più ammirano quanto meno capiscono e quanto più si annoiano. In queste opere si riflette la meraviglia di chi è felice di vedersi raccontare con intensità e sensualità un po’ di quel mondo che spesso ci sfiora e di cui raramente ci accorgiamo. La mano di Pino Allamprese produce forme robuste e calde, tenere talvolta, quasi sprovvedute; altre volte aggressive. Il gesto è sicuro; i corpi, spesso nudi, si rivelano nella loro fisicità anche quando sono vestiti. La nudità in queste sculture non è quella del gioco che ammicca oscenamente, ma è il coraggio di chi scopre e rivela corpo e anima nella loro compiutezza, come nelle opere dell’antichità classica. Della classicità non si ritrova qui imitazione o parodia, ma piuttosto il desiderio, un po’ nostalgico, di un erotismo che si vorrebbe eguagliare. L’antica ispirazione diventa anche il punto di partenza per una ricerca, tutta attuale e personale, di un equilibrio che rifiuta la compassatezza per trovare una personale serenità di espressione. Quello che c’è di drammatico appartiene alla vita del mondo in cui tutti ci ritroviamo; ma non è il dolore che esaurisce un discorso che, immerso nella realtà, cerca di andare sempre un po’ oltre."
Sandro Gindro
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